Racconti spiccioli, il quotidiano e lo straordinario di una piccola umanità

IL PROSTATA E CULOPIATTO

La prostata, ecco, la prostata sarebbe stata la scusa. All'età di sessant'anni un’attenuante arrivava in soccorso per giustificare a quegli amici gradassi che disprezzava, ma che erano gli unici a chiamarlo per cena, la sua inesistente attività sessuale. Buona posizione economica e sociale, una moglie noiosa ora come allora, quando almeno era bella e la bellezza poteva giustificare fedeltà senza altre avventure, una suocera ingombrante ed estremamente longeva. Insomma, lui in gioventù si era concesso, lasciava intendere, poi quell’accidente dell’età e aveva chiuso i giochi. Finirono per chiamarlo, a sua insaputa, ma senza curarsi troppo della segretezza e c’è sempre qualcuno pronto a riferire, Il Prostata.

 

In quell’albergo sul mare Il Prostata, che si sentiva erede diretto dei Cesari solo per vivere a distanza di millenni nella stessa città, necessitava della sua piccola corte. La individuò in un gruppo di ragazze. Amavano farsi corteggiare, ma in ogni loro compiacenza era evidente che oltre quell’amicizia, o meglio quell’intimità quasi cameratesca che ammetteva battute licenziose e confidenze innominabili, oltre quella non si neanche ipotizzava un passo in più. Queste donne giovani e procaci, libere, uscivano dal mare all’alba, con i costumi olimpionici e i muscoli gonfi dal nuoto, con la pelle abbronzata, i capezzoli duri, i capelli buttati indietro. Respiravano l’aria vigorosa del sole appena sorto e gli davano un bacio complice sulla guancia. Per loro insieme al sole sorgeva la vita, per lui la vita finiva nel desiderio impossibile di mordere quelle natiche che gocciolavano acqua salata sulla sabbia ancora fredda, costretto a interpretare il ruolo del grande vecchio con vent’anni di anticipo.

 

Arrivò in quei giorni d’estate in hotel una signora piacente, molto curata. «Un imperdonabile culo piatto» confidò malizioso Il Prostata alle amiche dei bagni mattutini, scrutandone il didietro e facendo intendere che mai e poi mai lui le avrebbe dedicato attenzione per quell’insormontabile difetto.

Ma gli occhi della signora chiedevano aiuto e il suo sguardo, la sua compiacenza facevano intendere altro, poco di altro in realtà, ma pur sempre oltre l’affettuosa amicizia. L’emozione di una donna che implora sul divano di un albergo è irresistibile. In quelle notti le lenzuola sembravano foderate d’ortica, Il Prostata non aveva più pace.

 

Aspettava l’arrivo dei quotidiani che era ancora buio, nel bagno all’alba cercava di sfuggire alla vista delle vecchie compagnie. Si piazzava ai tavolini della colazione, chiedeva il caffè con una gentilezza arrogante. Avrebbe, come un imperatore romano, voluto frustare le cameriere e far torturare le donne dalle natiche procaci e i capezzoli duri per offrire il frutto delle sue prodezze alla signora dallo sguardo pieno di luce e promesse per lui.

Quando, ore dopo, lei si presentava a colazione, elegante, sorridente, ammiccante, lui le commentava i giornali, dando quasi a intendere che li aveva letti per lei, affinché i suoi occhi non si distraessero nella lettura e continuassero a guardarlo supplicando protezione. E attenzione.

Dagli altri tavoli le ragazze salutavano, con garbo, un po’ dispiaciute di aver perso un commilitone. “Il Prostata s’è cotto, Culopiatto ha colpito”, dicevano guardando i novelli Nerone e Poppea.

 

Quella sera sulla terrazza dell’albergo era in programma uno spettacolo teatrale. Di quelli che girano d’estate, senza pretese. Gradevoli, l’alternativa alle chiacchiere con il bicchiere di limoncello in mano. Sarebbero seguiti i fuochi di artificio. Notte audace, tra pineta e stelle, la signora ammirava le fontane di colore nel cielo. Sola, poggiata alla staccionata che separava la spiaggia dal prato.

Il prostata si avvicinò e in un attimo le fu sopra, alzata la gonna, spostato il filo del perizoma, premette con forza la sua esuberanza. Fu lì che lei, girando il capo, vide i lineamenti alterati di lui in quello sforzo supremo, lo sguardo rapace di chi afferra il proibito senza il gusto della trasgressione. Poteva tirarsi indietro a quel punto? Si sentì stringere i seni, l’aria delicata del mare fu soffocata dall’odore dell’acqua di colonia di lui. Tentando di sbottonarsi i pantaloni con una sola mano, Er Prostata mollò un seno. Quindi lasciò anche l’altro, incaricando la lingua di mantenere il contatto. L’amplesso fu consumato tra lo stupore di lui e l’incertezza di lei.

 

Il Prostata Nerone quella notte dormì con addosso il profumo di Culopiatto Poppea.

La signora fece una lunga doccia per togliersi quell’odore dalla pelle.

L’alba vide Il Prostata solerte acquistare i quotidiani per la quotidiana rassegna stampa. Il sole alto vide la signora scendere dalle scale e prendere la strada dello stabilimento balneare accanto, senza passare per la breakfast room.

Le ragazze del nuoto tornarono dalla spiaggia, salutando in fretta Il Prostata.

Senza più Poppea da amare, senza più vestali da sedurre, le cameriere da frustare potevano trasformarsi in ancelle adoranti. Fu lungo lo sguardo con cui chiese un altro caffè, lieve il tocco della mano con il quale aiutò la ragazza a prendere la tazzina dal vassoio. Impeccabile e gentile, fresca e profumata, la giovane cameriera ringraziò. Chiese quindi al direttore del personale di essere trasferita a un altro albergo della stessa catena.

 

La mattina dopo a colazione Il Prostata si accomodò al tavolino con la moglie accanto. Alla suocera fece portare il caffè in camera dalla badante.

 



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IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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