Racconti spiccioli, il quotidiano e lo straordinario di una piccola umanità

COCA PARTY

Perché tutti conoscono l'Urlo di Munch? Perché l'hanno rubato, almeno un paio di volte. Tanti sono i quadri e le opere d'arte di maggiore pregio rubate nel mondo, ma perché L'Urlo è così famoso? Per il nome? Se si chiamasse diversamente? L'Urlo racconta il dolore del mondo. Quando il dolore non lascia speranza, non lascia una via di salvezza per chi assiste senza poter fare nulla. L'idea dell'inutilità di ogni gesto, l'idea del mondo che sbrana. Non si capisce se è un uomo o una donna a urlare. Potrebbe essere l'urlo di una madre che corre sull'asfalto e trova il figlio fatto a pezzi. La riproduzione su poster dell'Urlo si riflette nello specchio poggiato sul tavolo e coperto di strisce di polvere bianca.

Sulle Ande masticano foglie di coca per resistere ad altezze difficili.

In città tirano cocaina per vivere nel mondo costruito dagli uomini.

Il problema degli uomini si è manifestato quando hanno smesso di essere in competizione con Dio: si sono arresi e chiusi nei loro limiti. Millenni fa a Babilonia c'era chi costruiva una torre per arrivare nel cielo, gli egizi progettavano tombe dai labirinti segreti per proteggere uomini figli di Dei, gli indiani inventavano lo zero.

Siamo andati sulla Luna, ma andare sulla Luna rimane cosa astratta, la collaborazione di ogni uomo per andare sulla Luna non si vede. Alla costruzione delle Piramidi si poteva partecipare. Lo zero era astratto, ma tutti potevano applicarlo.

Il biglietto da cinquanta euro fresco di bancomat viene arrotolato per portarlo alla narice.

Cinquanta euro, per fare bella figura ce ne sarebbe voluto uno da cinquecento. Lo ha visto una volta, in banca, mentre sistemavano le casse. Segue la striscia, si aggiusta la narice, passa la banconota, tenendola d'occhio. Tocca alla ragazza accanto. Si sceglie la striscia più grossa, “tira come un’aspirapolvere”, pensa. La ragazza non molla la banconota. Dopo di lei c'è un'altra già pronta con un tronchetto di cannuccia. Un po' di polvere bianca si disperde sul vetro. Si accende una sigaretta. Dopo aver inumidito il filtro con la lingua, lo passa sui residui di coca. Come una mollica di pane con la quale raccogliere l'olio rimasto nel piatto. È appetito anche questo.

La seconda ragazza tira con la sua cannuccia e se la tiene. La prima è costretta a passare il biglietto da cinquanta arrotolato al quarto del tavolo. "Che botta" dice qualcuno. "È tagliata con l'anfetamina" dice la seconda ragazza mentre si guarda il naso e lo ripulisce di qualche residuo di polvere bianca.

Le strisce sono finite, le mani si allungano sullo specchio per raccattare qualche briciola da portare alle labbra e addormentarle. Strano che buttata nei polmoni ti tenga così sveglio e leccata ti addormenti le labbra. Sono tutti e quattro svegli, due uomini e due donne, ma non hanno voglia di fare l'amore. La cocaina non è mai stata afrodisiaca. L'eccitazione è tutta nervosa, specie con un taglio così maldestro.

Dallo specchio guardano L'Urlo che li guarda.

Ora parlano d'arte. La prima ragazza racconta di avere un poster che riproduce "Madame Monet in costume giapponese". È così diverso dai paesaggi fioriti, dalle cattedrali brillanti sotto il sole del mattino, dalle donne color pastello con il volto appena accennato. Non ha lo sguardo pensoso di Suzanne Hoschedé tra i girasoli. Quante cose sa la ragazza di Monet. Le piace molto Monet. Dice di aver scelto quella riproduzione perché "È così diversa dal solito Monet".

Se le piaceva tanto Monet, perché ha scelto un quadro diverso dagli altri, un'immagine che è meno Monet degli altri?

Meno Monet. La "t" non si pronuncia. Ripetuto più volte sembra uno scioglilingua. La ragazza se ne accorge e inizia a ripetere fino a svilire, a togliere ogni senso al discorso che voleva essere d'arte.

Al secondo uomo fa venire in mente un altro artista e un altro dipinto: Cezanne, la “Donna strangolata”. Inizia a dire di quella donna raccontata da un grande vestito bianco e due braccia ancora vive che chiedono aiuto mentre lui si tuffa al suo collo per finirla. Un'altra donna sta a guardare. Chi è questa donna dalla pettinatura austera, mentre la moribonda ha i capelli lunghi, biondi e scomposti? E' la morte in attesa o una donna non ancora vecchia, ma abbastanza avanti con gli anni da invidiare la soda giovinezza della donna assassinata?

La seconda ragazza, qualche anno in più della prima, si scoccia di tutte queste allusioni e dimostra che pure lei ha studiato Cezanne: cita "La casa dell'impiccato".

La prima ragazza si risveglia e smette finalmente di ripetere "Meno Monet". È rimasta colpita da "Strangolata" e "Impiccato". "Stragola-gola-golataimpicca-picca-piccato-peccato. Gola-peccato. Peccato di gola. Gola profonda. Profonda-fondaonda-onda" sono i suoi gorgheggi dadaistici, il suo commento a Cezanne.

Tutti si accendono un'altra sigaretta. Lo specchio è pulitissimo. Grattano intorno alla cornice in cerca di qualche molecola di cocaina rimasta incastrata.

L'effetto della polvere bianca sta svanendo, il posacenere è pieno di cicche puzzolenti. Un bicchiere di whisky per finire la serata. Tutti preferirebbero una tazza di tè caldo, un cappuccino, ma nessuno lo dichiara.

Le cicche finiscono in una busta che viene ben chiusa e poggiata sul terrazzino. La finestra rimane aperta per cambiare l'aria. Lo specchio agganciato di nuovo alla parete.

È il momento dei saluti.

La banconota arrotolata non c'è più.

Sparita, mentre lui si era distratto a guardare L'Urlo di Munch.

 

Commenti

Inserisci il codice
* Campi obbligatori
Attenzione: tieni presente che i contenuti di questo modulo non sono criptati
Non sono ancora stati effettuati inserimenti.

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

Stampa Stampa | Mappa del sito Consiglia questa pagina Consiglia questa pagina
© Maria Corsetti 04100 LATINA