I racconti della professoressa Corsetti

A cena con la classe

Dal parrucchiere ci sono andata, le mani sono a posto, tiro fuori il tailleur più giovanile che ho e un paio di scarpe colorate: stasera sarò davvero la professoressa Corsetti. Sono stata invitata alla rimpatriata di una delle mie classi. È passato qualche decennio, erano gli inizi degli anni ’80, ma quei ragazzi li ricordo tutti. Che generazione strana, sospesa. Era strano anche per noi insegnanti, abituati agli anni della contestazione, trovarci di fronte questi adolescenti smarriti, stanchi di vedere “quelli di prima” prendersi a schiaffi.

All’epoca Latina si stava ingrandendo, iniziava a costruirsi nelle zone Q4 e Q5. A pensarci, quando fu cambiato il nome alla città, più o meno tutti si abituarono a dire Latina invece di Littoria. Per i quartieri Q4 e Q5 non è stato così. Uno l’hanno chiamato Nuova Littoria e l’altro non me lo ricordo neanche. Perché tutti continuano a dire Q4 e Q5. Praticamente sono una serie di costruzioni moderne, soprattutto villette a schiera, la casa cult degli anni ‘80 in terra pontina.

Comunque sia Latina si ingrandiva, ma rimaneva sempre piccola. I negozi erano sempre gli stessi, i cinema erano sempre gli stessi e anche piuttosto malandati. Il teatro lo stavano costruendo. Locali? Un paio. Ci siamo trovati di fronte una generazione di adolescenti, figli di genitori esautorati dalle esuberanze contestatrici dei primogeniti. Adolescenti che avrebbero voluto vivere la loro città, peccato che la città viveva poco. Adolescenti che si adattarono a vivere i loro tempi in tempi strani.

Però li ho trovati tutti bene, hanno in qualche modo mantenuto lo sguardo da liceali. E che soddisfazione, quasi tutti laureati. I ragazzi, beh per me sono sempre ragazzi, mi hanno salutata con tanto affetto, le ragazze avevano voglia di pettegolare un po’. In fondo qualcosa me la raccontavano già allora, una minima parte, intendiamoci, ma non era poi tanto difficile capire il resto.

«E dimmi – ho chiesto a una delle ragazze, attualmente single – ma tutti i tuoi corteggiatori? Nessuno che andava bene? E quello che stava lì a morire per te?»

«Ha continuato a morire per me. Nel frattempo si è sposato e ha messo su una famiglia, ma lui giura che muore ancora per me »

«A furia di morire sta ancora in piedi?»

«Assolutamente sì, quando mi capita di incontrarlo non nasconde la sua sofferenza»

«Non gli è mai venuto in mente di cambiare vita? In fondo la riforma del diritto di famiglia risale al 1975 e mi sembra che un referendum lasciò in vigore la legge sul divorzio…»

«Professore’, ‘ste cose capitano agli altri. Qui finché si tratta di divertirsi un paio di ore sono tutti liberi e libertini, come chiedi il minimo sindacale, tipo andare a cena fuori, improvvisamente si ricordano che sono sposati e “amore lo sai che non è possibile”. È possibile solo tutto il resto che quando hai vent’anni è anche una scoperta sensazionale, quando ne hai di più è una noia che speri di risolvere in mezz’ora. Sa che c’è? Meglio andare al cinema, leggere un libro, portare a passeggio il cane»

Mi sento in colpa, con la mia storia personale non avrò mica condizionato queste ragazze? Mi hanno sempre considerato una zitella singolare, di quelle che si gode la sua libertà d’azione. Mica mi avranno emulato? Eccola qua, quest’altra, mi sembra di capire che abbia un compagno, è già qualcosa. «A te come vanno le cose?»

«Bene, però mi sono fatta vecchia, professore’»

«Ehi, attenzione a parlare di vecchiaia a chi è vecchia davvero! Hai poco più della metà dei miei anni!»

«Ma lo sapete che m’è successo? Scusi professore’, ma tanto lei questi discorsi li avrà già sentiti, ho dovuto mettere gli occhiali da presbite per rollarmi una canna»

«Che dici!»

«Sì, le cose stanno così»

«Cioè ti sei accorta di essere presbite mentre rollavi una canna?»

«Ma no, da qualche anno usavo gli occhiali per leggere. Poi una sera esce fuori un pezzo di fumo, dico che ci penso io e ho dovuto prendere gli occhiali che si sfocava tutto, tabacco, fumo, cartine»

«Ancora che ti fai le canne? Scusa, ma mi sembra un anacronismo»

«Appunto, mi sono fatta vecchia»

Vedo un giro di telefonini: sono le sposate con prole che mostrano le foto dei figli. Alcuni sono grandi e vanno al liceo. Ho detto sposate, nel senso che mi sembra di capire che sono passate prima per l’altare. Prima di passare per il tribunale, intendo. Questa generazione non ce l’ha fatta a rompere certi schemi. Quella dopo è passata direttamente ai figli senza sposarsi. Loro no, hanno fatto tutto in regola. Una generazione di transizione. Però senza ipocrisia, quando la cosa non è andata hanno chiuso. Perché non è andata? I millenni passano e le corna restano, solo che adesso non se le tengono più. A differenza di chi ha fatto le barricate per poi allinearsi ai secoli precedenti.

Storia minima, ma in una città di provincia, in una città che ha pochi anni (pochi dal punto di vista di una città) questa storia minima diventa la storia.

Ah, i maschi stanno rompendo le righe, si uniscono a noi. Via, si sono conservati bene anche loro. Qualche capello in meno, ma il fisico regge. Per fortuna, non avrei tollerato una cena di ex alunni panzoni, mi fanno sentire ancora più avanti con gli anni. Mi sembrano più stabili sentimentalmente delle loro ex compagne di classe. Diciamolo pure che ai tempi del liceo non erano brillantissimi, quando uno si fidanzava era un evento. Bravi ragazzi, hanno studiato, hanno trovato una donna giusta per loro (come avranno fatto?), si sono sposati, lavorano, tutti professionisti di un certo successo, seguono i figli. Tanto cari, noiosi ora come allora. Quando si lamentavano dell’indifferenza delle compagne di classe nei loro confronti. Hanno tentato anche qualche approccio maldestro, allungavano le mani tra i banchi, pensavano che non li vedessi? Come biasimare quelle ragazze che andavano a cercare altrove un po’ di emozione? Comunque sempre meglio di quelli che li hanno preceduti: anni ruggenti finiti in una solitudine che quando si vedono sa colorarsi solo di ricordi. Almeno questi ricordano senza versare una lacrima, soddisfatti del presente.

Di politica non prova nessuno a parlare. L’anno scorso sono stata a cena con una classe degli anni ’70. Ma qualcuno glielo ha detto che il muro di Berlino è crollato da un pezzo, che i fasci e i compagni esistono ancora solo nella loro memoria e in qualche bel romanzo?

No, non voglio criticare i miei ragazzi, sono stata benissimo con tutti loro. Ma, a differenza di loro, io ho la loro storia, tutte le loro storie davanti agli occhi.

Una storia minima. Che in una giovane città di provincia diventa la storia.

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IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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