Fiori rossi agli svincoli della Pontina

Nel day after della giornata contro la violenza alle donne ho cambiato canale quando, quasi a reti unificate, è stato proposto il “ritorno”.  Cosa che, se praticassi ancora certi ambienti di lavoro, avrei fatto anche io.  Spero in maniera diversa.

 

Scusate, ma il racconto fiorito di petali e segni rossi è retorica, così come lo sono le targhe e i convegni. La rappresentazione simbolica può avere un senso se supportata da un percorso quotidiano. E scusate se questo percorso quotidiano non lo vedo, se non vedo consapevolezza, se vedo troppi eufemismi e sinonimi, se vedo la realtà raccontata attraverso il filtro usato dalla telecamera che inquadra Barbara D’Urso, che ci appare come un elfo senza tempo facendo dimenticare il suo essere robusto e capace.

 

Me lo hanno insegnato le persone sorde, mi hanno detto «Chiamateci sordi, non chiamateci non udenti, con quel “non” ci negate, negate il nostro essere. Con quel “non” ci qualificate per qualcosa che “non” siamo».

 

Una ragazzina di 11 anni rimane incinta: scandalo, orrore. Quindi la rassicurazione silenziosa, interiore per le coscienze - c’è anche chi l’ha detto, provocando valanghe di indignazione ma dietro l’indignazione sempre quella sicurezza c’era -  che il fatto è accaduto tra immigrati, aggiungerei tra abitanti delle terre dove scorre il fiume Niger, quindi tra negri.

 

E se accade tra negri il “fatto culturale” ci rassicura. Perché cultura diversa è bello quando si tratta di mangiare riso al curry e andare a scuola di danza del ventre.

 

Secondo i primi racconti e le prime impressioni la ragazzina di 11 anni sarebbe vittima di due orrori: 1. un uomo che non sa che certe cose non si fanno, in fondo appartiene a una cultura diversa;  2. Della natura che se ne è fregata delle questioni culturali e a 11 anni l’ha resa donna.

 

Ora poiché cresciuta in un contesto culturale diverso (genitori che devono lavorare e altro non possono fare che affidare i figli a un vicino di casa, si è sempre fatto anche qui, certe cose sono accadute anche qui), con una madre che si rende conto di certe cose solo quando vede la pancia della figlia ingrossarsi (giù le bende dagli occhi, i genitori da noi parlano con le figlie da pochissimo, fino a solo qualche decennio fa erano sberle e silenzio), con gli insegnanti che forse erano troppo presi con programmazioni, Pof, Pon, Open Day, e riunioni che hanno dimenticato di guardare attraverso gli occhi l’anima dei loro ragazzi.

Gli insegnanti, non vorrei dire, dovrebbero essere italiani. Ma in un mondo dove, se l’insegnante va oltre rischia anche, meglio tacere se non si hanno prove certe e certificate. Hanno taciuto tutti.

 

Una volta certe questioni si risolvevano facendo sparire la ragazzina fino al parto (a meno che non ci fosse una mammana disponibile) e affidando il piccolo alle suore.

Oggi come lo risolviamo? La facciamo abortire? L’aborto deve essere una libera scelta. A 11 anni, dopo le violenze subite, è libera di scegliere? La facciamo partorire? E poi che ne facciamo del piccolo? Lo diamo in adozione? E perché non se lo può tenere la mamma naturale?

 

Dai, la spiegazione è facile, è la cultura diversa. Diciamolo che queste donne stanno agli svincoli della Pontina. Diciamolo che se nella tua terra a 10 anni ti violentano, ti fanno a pezzi la famiglia, quando vieni in Italia e per una mezz’ora di rapporto guadagni anche 50 euro ti sembra di aver fatto un buon salto di qualità.

Ma qualcuno ieri è andato sulla Pontina a portare un fiore rosso a queste ragazze? Ad augurargli buona vita, che in mezzo alla strada con un pericolo eventuale è molto meglio che in un villaggio con la morte che ti alita sul collo?

 

E il tutti i progetti che si fanno nelle scuole, tesi all’integrazione, alla tolleranza, al rispetto, si dicono queste cose? Credo che i ragazzi all’ultimo anno del liceo siano abbastanza pronti per affrontare certi argomenti.

 

Sarà il caso di iniziare a raccontare le storie vere. Per quanto riguarda l’artigianato e la gastronomia etnica, quelli stanno bene nelle fiere.

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IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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