Filologico, romanzo spicciolo - Cap.XXVI

La cucina da disperazione urbana

Ricette/soccorso per chi non riesce a gestire la propria dispensa in maniera dignitosa   ovvero il nutrirsi essenziale di una donna alle prese con la sua emancipazione

 

Un tonno al giorno

Ospite a pranzo dei genitori di Francesco de Angelis, gusto pietanze eccellenti preparate dalla signora Franca. Lasagne in bianco, abbacchio, arrosto, doppio contorno, macedonia, panna cotta. Tavola perfettamente apparecchiata, casa impeccabile. Il pensiero corre immediatamente alla mia di casa, disordine perenne e frigorifero vuoto. Ho anche provato a riempirlo, ma non ho la forma mentis per farlo. Alla fine dentro quel frigo rosa che ho acquistato con tanto entusiasmo (l’ho pagato 200 euro in più proprio perché è rosa) ci rimane qualche bottiglia di birra e il mezzo limone ammuffito.

Qualcosa in più nel surgelatore, ma poca roba. Sfoglio Io Donna, l’inserto del Corriere della Sera che propone le fatidiche ricette veloci, quelle che se dentro casa hai un paio di pomodori, una melanzana e un peperone ci esce un piatto di spaghetti imperdibile. Ma se io ho la testa per comprare cotanti ortaggi, acquisterò anche il resto. O no? Ho deciso quindi di dare le ricette vere, quelle della sopravvivenza urbana, quelle minimaliste, che ruotano intorno a una scatola di tonno (se hai un gatto in casa devi pensare a scorte idonee per umani e felini) e una foglia di basilico (dai, in balcone si può coltivare, si gettano i semi una volta a primavera e fino a ottobre il problema è risolto).

Tanto che cresce il basilico, ecco il mio piatto forte dell’inverno.

Ingredienti: filetti di tonno nel barattolo di vetro (un occhio alla qualità), pomodorini in scatola, scorza d’arancia, stecca di cannella, peperoncino (cannella e peperoncino si comprano in momenti di euforia gastronomica, poi rimangono lì, non vanno a male, durano gli anni). In realtà il tutto nasce come sugo, ma chi ha la pazienza di aspettare la cottura della pasta? Gli ingredienti vanno messi insieme in padella, si fa cuocere un po’ il tonno con il pomodoro, si toglie la stecca di cannella, la scorza di arancia. Olio extravergine, peperoncino e il pranzo è servito.

Per concludere: un’arancia. Tanto è già sbucciata.

 

Il vino e le astuzie da sopravvivenza urbana

Dopo il tonno all’arancia e cannella (detto così suona lussuoso), per il quale è sufficiente avere in casa il minimo sindacale, passiamo a una raffinatezza che richiede quanto meno il coinvolgimento del frigorifero: il parmigiano fritto su letto di miele. Ingredienti: un bel tocco di parmigiano reggiano, un barattolo di miele. Ora il parmigiano è essenziale per la sopravvivenza: nutriente, digeribile, ricco di calcio. Può essere preso a morsi in caso di necessità e urgenza, grattugiato dà senso a un triste riso in bianco. Altrettanto necessario nella dispensa del single post moderno è il miele. Va bene sulle fette biscottate in caso di dieta, nel latte caldo quando si ha il raffreddore, liscio quando in casa non c’è nient’altro. Ma veniamo a quando c’è da spacciarsi per quello che non si è, quando c’è da bluffare ai fornelli.

Il punto di partenza è creare un ossimoro del gusto. Gli abbinamenti formaggio-miele-marmellata sono l’esempio più riuscito. Lasciate perdere i vari gorgonzola con confettura di rose: il gorgonzola si deteriora facilmente, ha un gusto delizioso ma può stancare al pari della confettura di rose. Miele e parmigiano non stancano mai, si adattano a qualsiasi ora del giorno e sono a lunga conservazione.

Tagliare a cubetti il parmigiano. Se, quando lo avete riposto in frigo, non lo avete adeguatamente coperto e si è indurito, è addirittura meglio. In un pentolino - i sopravvissuti di città non hanno mai grossi tegami – fate scaldare l’extravergine (sull’olio d’oliva bisogna essere rigorosi), quindi mettete a friggere i cubetti di parmigiano. Crosticina dorata fuori, cuore morbido e gustoso. Tocco di classe: il miele. Conditio sine qua non: piatti enormi e bianchi. Guarnizione: fettine sottilissime di mela spolverate di peperoncino. Tovaglia: tinta unita scura (maschera meglio le macchie). Bicchieri: ottimi i balloon, abolita la plastica. Vino: sempre al di sopra delle proprie possibilità. Un ottimo sorso rende indimenticabile una cena da sopravvivenza urbana, così come un bicchiere pessimo uccide il migliore dei menu.

 

A pesca di acciughe

Non so se un giorno le gastronomia del romanzo spicciolo avrà l’onore di essere raccolta in un volume, ma intanto proseguo nel mio pellegrinaggio alla ricerca del pasto da sopravvivenza urbana. Strategico da tenere in casa è un barattolo di acciughe. Ricche di grassi insaturi, con la scusa che fanno bene le acciughe possono essere consumate anche così come sono. Come in tutti i piatti da disperati di città la gradevolezza è direttamente proporzionale alla fame. Alle undici di sera l’acciuga pescata con la forchetta può rivelarsi un boccone prelibato. Se poi, rovistando nella dispensa, si ha la fortuna di trovare un pezzo di pane secco e non ancora ammuffito si può realizzare un crostino (se proprio è necessario si può ammorbidire il pane con un po’ d’acqua).

Schiacciate e appena soffritte le acciughe vanno benissimo sugli spaghetti in bianco. E sempre le acciughe riescono a riciclarsi in snack rustico-chic se adagiate su un triangolino di pane integrale guarnito con una noce di burro. Ma quest’ultima è una versione per le grandi occasioni, richiedendo pane e burro freschi (e sappiamo che nella giungla urbana non sempre/quasi mai ci si approvvigiona per tempo).

Dalla birra allo champagne le acciughe riescono ad andare d’accordo con ogni bicchiere, adeguatamente passate sotto l’acqua corrente per alleggerirle del sale possono sfamare anche il gatto. Come completare la cena? Ma con la crosta del parmigiano avanzata dalla cena formaggio-miele! Se proprio non volete tuffarvi in un’operazione nostalgia, ricordando quando la rosicchiavate da ragazzini, basta scaldarla nel pentolino tuttofare che insieme alla pentola per cuocere lapasta costituisce la batteria del sopravvissuto moderno.

 

Delizie al microonde

Ho scoperto le patate cotte al microonde. Una conquista per me, quotidianamente alle prese con la sopravvivenza urbana. E piantatela di dire che la cottura a microonde chissà che male che fa. La piantassero almeno quelli che si fumano un pacchetto di sigarette al giorno e poi fanno i salutisti in cucina. Le patate sono perfette: a lunga conservazione, saziano, si aggiustano con il condimento minimo sale-olio. Lo sforzo da mettere in atto è quello di sciacquarle e tagliarle a fettine sottili, la cottura risulta più rapida e migliore. Vanno sbucciate? Non necessariamente. Se sono novelle la buccia è talmente sottile che non si avverte, se sono un pochino più stagionate il tasso di tollerabilità è come sempre direttamente proporzionale alla fame. Comunque la buccia non è nociva, almeno nel breve periodo, visto che sto qui a scrivere. Il microonde è eccezionale anche per dare nuova vita a una mela talmente aggrinzita che fa pena addentarla: togliere la buccia (in questo caso per motivi estetici se c’è qualcuno invitato a pranzo) ricavare fettine oppure cubetti, passarle un quarto d’ora al microonde.

Cosa distingue una mela cotta da ospedale da una mela cotta da sopravvissuto urbano che bleffa a tavola? Ma la spolverata di cannella! (Oltre al fatto che la mela dell’ospedale è più recente).

 

 

Commenti

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  • simo netta (sabato, 12. ottobre 2013 21:02)

    inventarsi qualcosa con il nulla....bellissimo è una magia...è come tirar fuori un coniglio dal cilindro

  • rita carcasole (venerdì, 11. ottobre 2013 16:26)

    sembra quasi tu sia passata x casa mia ...avevo assaggiato in rinfreschi vari il formaggio persino la ricotta col miele, ma col parmigiano fritto mai. Ti ringrazio x la ricetta e x altro....proverò
    ;-)

  • Luigia Paglia (venerdì, 11. ottobre 2013 09:16)

    e qui una raccolta stampata ci vuole . Risate cura giornate uggiose , assicurate . Mi piace :)

  • Antonio (giovedì, 10. ottobre 2013 23:40)

    :)

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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