Filologico, romanzo spicciolo - Cap.XXIV

Dedicato a quelli che il Mac

E poi quel giorno arriva. Hai detestato per anni quelli che te lo avevano detto, hai guardato con compassione la loro aria di superiorità. È stata una lotta tra chi si sentiva superiore e chi non si sentiva inferiore. Hai chiesto spiegazioni sul perché e nessuno te ne ha mai data una soddisfacente. Finché un giorno ti esce così, non te ne accorgi mentre lo dici, eppure lo dici: “ ‘sto pc inutile, datemi un mac”. Ti blocchi all’improvviso, non puoi credere che il morbo abbia radici tanto profonde da contaminarti in maniera talmente inequivocabile. Perché, ti chiedi, perché hai invocato il mac? Perché è più figo, perché ha lo schermo più bello, perché non si attacca tutti quei virus, perché ha la tastiera ultrapiatta che ci scrivi bene con le unghie ultralunghe. Quando pronunci quella frase ti rendi conto che una parte della tua vita si è conclusa. Finché hai il tuo mac, con il quale hai imparato a dialogare, a convivere. Come un fidanzato bellissimo che te lo guardi e ti piace e con il quale hai trovato la chiave per andare d’accordo. I guai iniziano quando, presa da euforia da mac, pensi di acquistarne un altro. Lo vuoi uguale al precedente ma ancora più figo, tutto wireless, tutto nuovo. Sembra lo stesso più bello, in realtà si tratta di un altro fidanzato con il quale devi iniziare tutto da capo. Perché è incompatibile con tutto. A iniziare dalla chiavetta internet che quando l’hai acquistata hai chiesto che si adattasse al mac. E infatti a quello di prima ci si adattava, ma la versione nuova è più sofisticata. Più stronza mi sembra il termine giusto. Al mac lucidissimo e vanitoso va tutto per traverso. Quello no, quell’altro se lo vuoi vatti a scaricare da internet il driver necessario. Ma se la chiavetta non mi collega, come faccio a scaricarmi il driver per la chiavetta? A quella tastierina minuscola e fanatica manca il tasto “canc” e ogni volta devi andare avanti e poi tornare indietro per cancellare. Però che figo il mac. Questo ha lo schermo ancora più grande, il mouse tutto aerodinamico. E piuttosto permaloso che se non dai il tocco giusto ti risponde con un comando sbagliato. Però che figo il mac.

Finché un giorno, costretta dagli eventi non ti trovi ad avere a che fare con un vecchio pc. Vecchio appunto., quindi lentissimo e pieno di problemi. A quel punto esce lo spocchioso che c’è in te e torni a guardarti il tuo avveniristico mac. Che non ti fa sentire la radio on line perché ha un programma tutto particolare, che è intollerante a tutto, guai a dargli da leggere una memoria di pc, non la calcola neanche. Non appare sulla scrivania.

E arriva lo scoccare dell’ora x, quando ti trovi furtivo in un grande market dell’elettronica e senza dare nell’occhio ti guardi i pc. Nuovi, veloci e compatibili con tutto. Se manca un driver vanno da soli sul sito internet e sempre da soli si installano quello che c’è da installare. 

Te lo sogni il pc dai programmi semplici, che basta aprirli e hai capito come funzionano.

Ma il mac è meglio per le grafiche, ma io faccio la giornalista e mi basta avere word e l’accesso a internet. A esagerare mi serve Photoshop che è ugualissimo su pc e mac. Ma i colori sono diversi, ma tanto quando vai a stampare è diverso tutto, alla quadricromia non interessa quale sistema operativo hai usato.

Il mac non si impalla. Non è vero. Si impalla. Solo che control alt canc non hanno alcun effetto. Devi staccare direttamente la spina per indurlo alla ragione.

Il mac ha una memoria molto più ampia. È vero, infatti conservi un sacco di immondizia. Ma guai a tenere le icone sulla scrivania, deturpi il paesaggio. Così fioriscono cartelle e sottocartelle rinominate “da riordinare” “da rivedere” “pensarci su”.

Il pc è più grezzo e non si dispiace del caos sul desk. E accetta anche che ci colleghi il telefonino con il cavetto e ci scarichi le foto. Il mac è leghista: quando vede lo straniero diffida. Meglio tenerlo a distanza, meglio non riconoscerlo proprio. A meno che non sai dove andare a cercare quel maledetto driver.

Non me importa, faccio outing: da qualche giorno di nascosto posseggo un pc. Che non solo mi scarica le foto dal telefonino ma me le fa anche cancellare tutte in blocco. Il mac, qualora l’intruso sia di suo gradimento, gli dà pochissimo raggio d’azione, non vuole responsabilità quindi non cancella niente.

Però è bello, quella mela morsicata gli conferisce un’aria di leggenda. Sarà la lusinga di Eva? Sarà il pomo della discordia di Paride? Sarà la mela con cui Turing si tolse la vita?

Il pc questa figata non ce l’ha. È un compagno accomodante. Se gli metti il mouse a forma di ape Maya non si offende. Prova a farlo con il mac: inizIa a girare una rotellina colorata in segno di protesta mentre a te inizia a girare vorticosamente tutt’altro genere di articoli.

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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