Filologico, romanzo spicciolo - Cap.XX

La classe terza B

A distanza di qualche giorno mi chiedo se davvero le persone non cambiano nonostante i decenni e la vita. A distanza di qualche giorno dalla fatidica “cena con la classe delle medie”. Come abbia fatto Laura a scovarci tutti per me rimane un mistero, ma, a parte qualche assente giustificato, stavamo tutti lì. Con la foto di trentacinque anni prima tra le mani a tentare di identificare gli arrivi. Risate, strilli, ricordi e poi tutti a tavola. Terribilmente uguali ad allora. Possibile che non si cambi fino a quel punto? Oppure il fatto di ricostituire il gruppo ci ha portato a comportarci esattamente come alle scuole medie? Eravamo una bella classe, molto molto vivace. Però anche dagli ottimi profitti. Ogni tanto volava qualche schiaffo e nessun professore aveva noie per questo. Sul finale della terza media ci fu concesso di andare a scuola senza indossare il grembiule: eravamo cresciuti.

Erano le prime classi nelle quali erano inseriti gli alunni “andati a scuola un anno avanti”. Quindi metà del ‘64 e metà del ‘65.  Un anno avanti con la scuola e un anno indietro con la vita, che, specie per le ragazze di quell’età segna una differenza abissale. Chi gioca ancora con le Barbie e chi guarda già ai Big Jim in carne e ossa. Due mondi diversissimi e costretti a convivere, soprattutto in occasione delle feste e del memorabile “gioco della bottiglia”. Che quando ti tocca come punizione “il bacio”, fino a un certo punto è punizione, poi c’è un momento che la cosa si fa interessante.

Era la seconda metà degli anni ’70, l’Italia era surriscaldata, in terza media abbiamo aderito a uno sciopero. Agli esami, sostenuti nel ’78, molti di noi scelsero la traccia del tema di italiano sui mondiali di calcio.

La moda? No, ancora non c’era l’invasione. Però a Latina aveva aperto il negozio di Fiorucci che vendeva cose deliziose. Un piccolo mondo di favola per adolescenti alla soglia di quegli anni ’80 che sembrava dovessero cambiarci per sempre.

Poi ci siamo sparpagliati nei vari istituti superiori, con qualcuno non ci siamo mai persi di vista, qualcun altro lo avevo visto l’ultima volta alla consegna delle pagelle.

Poi, come dicevo, sono arrivati gli anni ’80. La moda, la Milano da bere, i giovani rampanti, il fashion. Oh, su di noi non hanno avuto alcun effetto. Se ci mettevi la Fruit of the Loom, gli anelli fatti con i fili di rame e le perline e i sabot eravamo identici ad allora. Anche come contenuti e livello dei discorsi.

Che bello. Temevo una cosa tipo “Sapore di mare”, quando Marina Suma, Isabella Ferrari e mi pare Jerry Calà si rincontrano ormai adulti e sono tutti tristi e insoddisfatti della loro vita, con la lacrima in agguato ricordando i bei tempi che furono. Macché, la classe terza B della scuola media di Palazzo M trent’anni dopo era in grandissimo spolvero.

Pensandoci nessuno di noi ha tirato fuori argomenti interessanti tipo Berlusconi, la crisi economica o il nucleare. Siamo riusciti a fare le due di notte senza che alcuna di queste attualità sfiorasse i nostri discorsi.

La voglia adesso è quella di tuffarci in piena disco music, siamo a caccia di una discoteca che proponga l’insuperata ’70/’80 per divertirci come ci divertivamo alle feste che organizzavamo a casa. Serrande abbassate, 45 giri sul piatto, pop corn,  panini, aranciata e coca cola sul tavolo della sala accostato al muro.

No, non è una devastante operazione nostalgia. È semplicemente andarsi a riprendere anni messi in fretta da parte in nome di un liceo che esigeva un cambiamento radicale di abitudini. In prima superiore la vita doveva essere diversa, c’erano i più grandi, quegli insopportabili prodotti sempre pronti a una rivoluzione mancata, pesanti come assi di travertino. Ecco, quelli quando fanno la cena delle medie sicuro che stanno come i protagonisti di Sapore di mare.

A noi la vita ci piaceva così, con le nostre feste, le nostre bamboline della Hollie Hobby e i pupazzetti di Snoopy. Colonna sonora? Ramaya by Afric Simone.

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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