FiloLogico, romanzo spicciolo - Cap.XVII

Ci credi alle favole?

Eccoci qua, nei nostri giorni inutili a sognarci in una favola.

Le favole, quanto ci piacciono? No, non scomodate William e Kate, lì è stato l’animo del gossip più sfrenato a tenerci incollati alla tv. Abbiamo seguito i talk show dove Stefano Dominella demoliva passo passo la presunta eleganza della futura regina. Sempre che Elisabetta II si decida a mollare e che Carlo dopo millenni di attesa non stia lì a reclamare il suo.

Dicevamo, William e Kate: i seicento invitati alla colazione e i trecento della sera non fanno impallidire per niente i nostri ricevimenti di nozze, basta guardare le sale del Ritrovo di Borgo Carso ed è evidente a tutti che si va a schiere di quattrocento.

Allora: il vestito di fidanzamento, quello azzurro, era di jersey in seta, prezzo 100-150 euro. Ma mettitelo tu addosso un tessuto del genere e vedi che disastro. Però, che secca che è Kate. Sull’abito da sposa ho troppissimo anche io da dire: nulla di più di un nostro abito medio. Ma ricordava il modello di Grace Kelly. Ma quando si è sposata Grace Kelly era già una legenda.

Tutto questo per dire che la favola del millennio non ci ha convinto.

Allora che favola cerchiamo? Provate a raccontare a un bambino una favola qualsiasi. A un certo punto risolvete la difficoltà del protagonista facendogli fare una telefonata dal cellulare. Immediatamente sarete redarguiti, il bambino, che nello zaino ha i suoi due cellulari, vi spiegherà che i personaggi della favole non usano il telefonino.

Che significa? Che i bambini hanno chiarissima la differenza tra la realtà, la vita vissuta e le favole. Crescendo tendiamo ad accorciare le distanze. Solo che Cenerentola non arriverà mai a usare Facebook per tenersi in contatto con il principe, mentre noi ci accaniamo in cerca della svolta improvvisa. Che sia un maschio fuoriserie o un sei al Superenalotto poco importa, rimaniamo in attesa.

In uno di questi giorni di attesa, in cui l’attesa si sentiva di più, arriva la domanda da porre a se stessi. Cosa ci stai a fare al mondo. L’oggettivo riflettere sul proprio ruolo nell’umanità. Ad esempio la mia giornata di oggi a cosa è servita nell’ambito di un progetto più ampio dello stare al mondo? Il fatto che mi sia svegliata alle sei e venti, abbia passato un paio di ore a tentare di avere ragione sulla mia casa, sia uscita per incontrare un paio di persone, abbia portato a lavare la Panda, pranzo, sonnellino, altri incontri, cena a base di supplì e olive ascolane, rientro a casa, a chi è servito? A me per dire che un altro giorno è passato?

È una mia fissazione quella dei giorni senza ricordi, quella dei giorni che non ricordiamo eppure costruiscono l’evento indimenticabile che stiamo aspettando. Sennò che senso avrebbe, senza aspettare il momento in cui la vita ci sembrerà un’altra. E nel dire così sembra già di disprezzare quello che si ha.

In fondo chi ha inventato Cenerentola, La bella addormentata, Biancaneve conosceva bene il suo pubblico. Lì a subire ogni genere di umiliazioni e poi un giorno arriva chi ti libera da ogni male. Non solo: è bellissimo, fichissimo, di un lungo mantello vestito, se butti uno sguardo agli addominali scopri anche che c’ha la tartaruga.

Eccoci di nuovo a noi, alla vita di tutti i giorni, che non è neanche abbastanza male come raccontano i film quando vogliono descrivere le esistenze medie. C’è in quei racconti qualcosa di epico a vivere in un modo da romanzo spicciolo. La nostra, invece, è una vita reale. Di epico non ci sta proprio niente. E che brivido vai cercando in un paio di olive ascolane e mozzarelline fritte prima di rientrare a casa?

Telefonate, messaggini, quanto si viveva meglio prima senza. Ma che scherzi, quanto si vive meglio adesso. E così via. Facebook, fammi vede’ un po’ che hanno scritto. A questo gli metto le mani addosso un giorno o l’altro. Ma se gli sto così sui nervi perché non mi cancella dalle amicizie…forse vuole vedere se lo faccio io. Ma se lo cancello come faccio a farmi gli affari suoi sulla bacheca. Allora devo crearmi un altro account e gestirlo in maniera anonima così vado a vedere che scrive e gli scrivo che è un cornuto un giorno o l’altro anzi lo faccio subito. “Sei cornuto” e dopo un po’ sotto la scritta c’è una sfilza di “Mi piace”.

 

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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