Filologico, romanzo spicciolo - Cap. XV

La voglia matta

Stavamo all’università, una mia amica era contenta perché il fidanzato le aveva comperato “La voglia matta”, un cioccolato che andava di moda allora. Lo vendevano al bar, in qualsiasi bar, non credo costasse più di mille lire. Me la sono tenuta per me per anni e anni, oggi lo dico: ma se le piaceva tanto non poteva comprarsela da sola? Rifletto su questo e capisco perché a 46 anni sono irrimediabilmente single, nel senso che non sono mai riuscita a mettere su neanche una convivenza. La mia amica di università apprezzava il gesto. Di cui non discuto il valore economico, ma la semplicità nel metterlo in atto. Entri in un bar, compri una confezione di cioccolata e quella è tutta contenta. Sì, anche a me ci sono stati cioccolatini che mi hanno riempita di gioia, ma quelli erano cioccolatini “pensati”, con una storia dietro. No il cioccolatino del bar con il quale si presenta il fidanzato. Che può essere anche un gesto carino, ma di fronte al quale non provo commozione. Mi sembra il minimo sindacale a carico di un fidanzato. E infatti il fidanzato non ce l’ho. Anche perché in cambio di un cioccolatino minimo si aspettano che li inviti a cena. A casa mia. Da me, una illustre teorica della sopravvivenza urbana. Da me che se voglio mangiare bene penso che il ristorante sia la cosa migliore. Se poi vogliamo passare una sera tra amici le cose cambiano: casa mia va benissimo. E non è che ognuno porta qualcosa, la regola è che ognuno cucina qualcosa. 

Mi sorprende, in un’epoca sovra alimentata, che il cibo possa considerarsi il “fine” e non il mezzo. Il mezzo nel senso della convivialità. Non che ci si debba avvelenare pur di stare insieme, ma se il pasto non è esattamente eccellente, l’importante è che lo sia la compagnia. Una pessima compagnia annulla lo spaghetto indimenticabile, la grigliata storica, la zuppa inglese stratosferica.

L’altro giorno mia sorella e Alessia sono capitate a ora di pranzo a casa mia. Il mio frigorifero rosa conteneva due pizzette rosse surgelate e tre finocchi ben maturi. Consumato il pasto frugale Alessia ha salutato perdendosi un indimenticabile piatto di pastasciutta. Ingredienti: barattolo di ottime acciughe sott’olio aperto qualche mese prima e con la muffa a galla, squisitissimi pomodorini di collina in barattolo acquistati all’Eurospin così come le farfalle (tengono magistralmente la cottura), spezie acquistate in occasione di un non recente viaggio a Istanbul. Aprire la scatola di pomodorini (occhio allo stato di conservazione e alla scadenza, qui non si scherza), pescare le alici integre, mettere le spezie a caso e approfittare dell’occasione per buttare nel secchio quello che avanza, far cuocere tutto insieme in padella. Sarà stato il sole di maggio e la buganville in fiore sul mio terrazzino, sarà che pizzette e finocchi in tre erano davvero pochi, il commento a sorelle unificate è stato: «Eccellente e dietetico, benissimo anche senza olio, manca un pizzico di basilico fresco».

La campagna elettorale è finita e io avrò almeno cinque chili in più. Oltre alla fame dettata dall’abitudine a consumare due pasti e snack elettorali. Ho deciso, sto a dieta. Non so da che parte iniziare. Non riesco a pensare a una fetta biscottata e un’arancia al mattino, 40 grammi di pasta integrale con un cucchiaino di olio di oliva a pranzo, uno yoghurt a merenda e merluzzo lesso a cena. A parte che a me pasta integrale e yoghurt fanno venire un mal di pancia da piegarmi in due. Mannaggia a loro e le diete che mi hanno fatto ingozzare per una vita di tutte cose tremende, dalla frutta di stagione alla verdura. Che mi piacciono tanto ma che mi fanno stare male. Forse la dieta riusciva perché stavo talmente male che mangiavo poco. Oggi che so di digerire meglio un piatto di fettuccine al ragù che una coppa di fragole non mi ferma più nessuno.

In ogni caso solo una fastidiosa e inopportuna influenza di maggio mi ha impedito la prima domenica di mare. La prova bikini è incubo superato. Nell’ordine una donna dovrebbe essere priva di cellulite, smagliature e capillari ed essere fornita di ventre piatto, seno prominente, fondoschiena proteso verso il cielo, abbronzatura già accennata. Capita che qualcuna, anche due di queste condizioni possa verificarsi. In alcuni periodi della vita se ne sono verificate anche di più. Tutte insieme può accadere. Quando è successo a me ero depressa, non mi sono resa conto del momento magico, non mi accettavo.

Pulizie, casa mia è una matrioska infinita di oggetti pronti a impolverarsi. Tanti oggetti inutili dall’origine sconosciuta. Da quando sono in casa e che ruolo hanno avuto nella mia vita. Che vantaggio ne ho tratto.  Copri-borsa dell’acqua calda a forma di coccinella messo tipo cuscino su un bidone di metallo con ritratta la foto di Marilyn Monroe e che contiene vecchie coperte, possono sempre servire per i gatti. Serie di barattoli con coperchio, lavati e puliti, nessuno li vuole anche chi fa la marmellata in casa non li vuole, dice che fa prima a comprarli nuovi. Un giorno ne potrei aver bisogno, sicuramente non li butto, neanche alla differenziata perché dovrei privarli del coperchio. Cestini. Di vimini, una volta contenevano panettone e spumante, oggi ci dormono i gatti. Cestini più piccoli. Sono graziosi, peccato buttarli. Magari ci posso mettere tutte le cose che non so dove mettere. E delle quali non so cosa farmene. Bottiglie, funzionano come i barattoli. Aspetto sempre che qualcuno mi regali cinque litri di extravergine così le uso. Un giorno di questi però prendo coraggio e le metto nella differenziata. Carta, tanta carta. Quaderni vecchi, guarda che scrittura che avevo. Pessima, mi ha salvato la tastiera del computer. La adoro. A proposito: materiale elettronico. Nel senso di cavi e cavetti, caricabatterie di qualche cellulare passato alla storia, caricabatterie di qualcos’altro passato alla storia, trasformatori vari, una vecchia videoscrittura che è successo addirittura un giorno di tre anni fa che l’ho riaccesa e funzionava benissimo e mi sono stampata una cosa che avevo scritta qualche decennio prima e salvata solo e unicamente su un floppy compatibile solo su quella videoscrittura. A proposito, i floppy. Ne ho qualche centinaio. In compenso nessuno dei computer a mia disposizione ha più il lettore necessario. E comunque che ci sarà di così importante su quei floppy? O su quelle decine di cd? E su quelle altrettante decine di mini dv? Aggiungiamo le schede smagnetizzate della macchina fotografica (che però ancora conservano le foto), le altrettanto smagnetizzate penne usb, qualche vecchia videocassetta, numerose custodie in plastica vuote di dvd. Dove tengo tutta questa roba? Un po’ in ordine sparso, un po’ dentro una vecchia grande bagnarola alla quale si sono rotti i manici.

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

Stampa Stampa | Mappa del sito Consiglia questa pagina Consiglia questa pagina
© Maria Corsetti 04100 LATINA