Filologico, romanzo spicciolo - Cap.XIII

Il grillo parlante

Certe amicizie iniziano per un caso stranissimo della vita. Silvia l’ho conosciuta facendo fisioterapia: lei al collo e io alla caviglia. Ci siamo viste un giorno soltanto. Lei, ventuno anni, estetista, mi aveva detto di saper fare un certo tipo di massaggio drenante di grande efficacia contro la cellulite. Io trentaquattrenne con davvero pochi chili superflui ma con qualche bozzo in più mi sono annotato il suo numero su un quaderno. Nella mia vita ho il potere di perdere tutto eppure quel quaderno è arrivato intatto all’anno successivo.  Era già estate e io la sera non avevo nulla, ma proprio nulla da fare. Ho iniziato così un ciclo di massaggi che si è trasformato in una formidabile telenovela. Silvia aveva una serie di frequentazioni incredibili e mi raccontava tutte le loro uscite, quello che facevano, cosa dicevano. Un mondo distante anni luce dal mio che mi coinvolgeva appuntamento dopo appuntamento. Non era un pettegolezzo quello di Silvia: io quella gente non la conoscevo affatto. Per me erano nomi, protagonisti di un romanzo spicciolo a puntate. Oggi Silvia ha un bel negozio, è brava e la clientela non manca. A me invece mancano quei racconti fuori da ogni logica.  

Con Silvia abbiamo passato diversi capodanni insieme: in Piazza del Popolo e poi in discoteca, a casa mia per la tradizionale cena degli sfigati, a casa di mia zia un anno che eravamo talmente sfigate che eravamo rimaste in due senza nessuno pronto a condividere con noi la sfiga. Silvia mi ha truccata per la festa dei miei 40 anni, è venuta ai miei compleanni, con lei ed Elisabetta abbiamo fatto il giro del Circeo in elicottero. Silvia voleva sotterrarsi la sera di un 18 dicembre, quando, per uscire a festeggiare l’anniversario di Latina, ho sfoggiato un cappellino con attaccate lunghe treccine bionde. Cercava di tenersi a distanza, faceva finta di non conoscermi. Invece poi ci siamo divertite tantissimo.

Perché racconto di Silvia? Perché certe amiche non le incontri né a scuola, né al lavoro, né le conosci da quando sei piccola. Spuntano così all’improvviso.

A pensarci bene se è difficile l’inizio fortuito di un’amicizia, è al contrario estremamente frequente l’inizio fortuito di un rapporto di coppia. Il maschio che accompagnerà la tua vita per un percorso breve, medio o lunghissimo è quasi sempre un incontro casuale. Adesso non si capisce perché siamo tanto riottose a far nascere amicizie da un incontro casuale, quanto ben disposte, in circostanze analoghe, a credere nell’amore.

Perché siamo così ottenebrate dalla conquista – o meglio dal farci conquistare – da perdere completamente il lume della razionalità che non si spegne, ma viene ricacciato negli scantinati dell’anima per non guastarci il momento?

Quello che il giorno, la settimana, il mese o l’anno dopo si rivela nella sua schiacciante realtà era assolutamente palese da subito. Solo che ci siamo girate dall’altra parte. Non c’è niente da fare: il grillo parlante che c’è in noi è destinato a finire sempre sotto una ciabatta. Salvo essere recuperato tempo dopo, salvo dire «io me ne ero accorta subito». Cretina, se te ne eri accorta subito, perché hai perseverato. Ma io lo amavo. Cretina il doppio.

«Ma io lo amavo» «Ma io ti amo». Quanto mi fa incazzare, sì incazzare questa cosa. Che significa? Ma che glie ne frega a quello che tu lo amavi se lui era distratto da altro. Oppure se semplicemente non eri tu la sua vita? Perché prostrarci per sentirci dire – no, «non ti merito» è passato di moda - «non mi interessi in quel senso». Oppure, in una versione più moderna, ricevere il silenzio in cambio dei nostri sms, l’indifferenza di fronte alle nostre accorate email, “l’utente non è raggiungibile” all’estremo gesto della telefonata notturna, un po’ disperata e parecchio indagatoria.

In un’estate di tanti anni fa, dopo settimane di “utente non raggiungibile”, finalmente dall’altra parte del telefono si sentì uno squillo. Anni perfetti quando ancora i cellulari non decifravano il numero di chi stava chiamando. Ho riattaccato subito. Era bastato uno squillo per realizzare che io, ancora in vacanza, non avevo più voglia di una risposta dall’altra parte. Quel povero grillo parlante, che avevo preso a ciabattate per qualche lustro, mi svolazzò intorno felice. Non sapeva che i suoi guai erano appena cominciati.

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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