Filologico, romanzo spicciolo - Cap.X

La febbre del sabato sera

Dopo un giorno di lavori forzati un po’ di silenzio è come un regalo. Il silenzio della sera è diverso da quello della notte. Quello del sabato sera è ancor più caratteristico. Arrivano meno suoni dalle case e molti di più dalla strada. Gente che chiacchiera, macchine che passano. C’è un mondo là fuori e per una volta mi trovo ad osservare dall’altra parte. Quando cammino, mi capita soprattutto nelle grandi città, guardo al di là delle finestre i salotti, le luci accese mi sanno di buono, soprattutto quando sono brillanti. In un momento potrei barattare la mia solita vita per un salotto con una televisione e una luce accesa. Oggi cambio prospettiva e sento i rumori di fuori.

L’espressione “sabato sera” inizia a prendere senso quando si frequentano le scuole medie: per giocare a fare i grandi si organizza in pizzeria. Accompagnati dai genitori, sorvegliati a vista, quindi tutti a casa. Prima il sabato sera è solo il preludio di una dormita più lunga il giorno dopo.

È al liceo che il sabato sera inizia ad assumere una certa importanza. La mia generazione non ha mai avuto il permesso di andare oltre la mezzanotte, oggi i tempi sono cambiati, ma è solo una questione di orari.

All’università le cose vanno diversamente: se la lezione non è proprio alle prime ore del mattino, oppure se non stai sotto esame, il sabato sera è qualsiasi sera.

Quando ti fidanzi il sabato sera viene istituzionalizzato.

Quando ti sfidanzi recuperi i sabato sera perduti.

Quando sei ormai adulto il sabato sera puoi rimanertene anche a casa.

E poi fu l’avvento delle chat. A me non sono mai piaciute, ho provato un paio di volte senza mai appassionarmi, ma Facebook è tutta un’altra cosa. Acceso il computer tanto per dare un’occhiata alla posta, mi imbatto nella discussione scatenata da una foto pubblicata da Rita Calicchia: qualcuno ha pensato di disegnare un viso ghignante sulla palla della fontana di Piazza del Popolo. Coro di indignazione. Realizzo che di sabato sera in tanti abbiamo preferito l’opzione casalinga. Forse qualcuno sta fuori e interviene tramite telefonino, il che me lo fa sembrare più solo di noi che stiamo soli a casa. In mezzo a tanta condanna verso gli autori del gesto, cerco di mettere in piedi una difesa, invoco le attenuanti, ricordando di quando sui muri appaiono svastiche o simboli fallici o scritte volgari. Le attenuanti non vengono accolte. Però la discussione è gradevole, la scrittura evita le urla. Non lo trovo un modo alienante di comunicare, tutt’altro.

Di questo sabato sera rimarrà traccia nella rete. Quanti sono passati senza lasciare neanche un ricordo? L’evento atteso per una settimana quante volte ci ha deluso? Quante volte ci siamo preparate, vestito, tacchi, capelli ben sistemati e maquillage  per tornare a casa con la voglia di dare fuoco a qualcuno? I ricordi peggiori in genere sono legati a qualche fidanzato andato per traverso. Come si ingrugnano gli uomini non ci riesce nessun altro. Magari gli prende un attacco di gelosia e si sentono autorizzati a torturarti. Un uomo geloso non si pone mai il problema che sta offendendo la sua fidanzata o moglie con le sue rimostranze. Che hai fatto, con chi sei stata, a chi hai mandato un messaggio, quello ti ha guardata e tu l’hai guardato, chi è quello che hai salutato, mi sa che stai pensando a qualcun altro, e tu stessa mi hai raccontato che, com’è che ti sei vestita così, com’è che ti sei pettinata colà, perché hai cambiato rossetto, com’è i tacchi così alti, perché non mi hai risposto immediatamente al telefono (i cellulari hanno oggettivamente peggiorato la situazione).  Praticamente a una donna si rimprovera di essere una donna, alla quale piace vestirsi e truccarsi. La situazione precipita quando entra in scena un innocuo corteggiatore. Di quelli che ti fanno un complimento, il più delle volte fine a se stesso. No, questo il maschio non lo può tollerare. Finalmente ha le prove del tradimento; hai risposto con un sorriso.  E che hai provato quando ti ha fatto il complimento? Mentre affondi la forchetta nell’antipasto l’interrogatorio continua. Quasi casuale. Ma allora quello ti piace? Guardi scocciata, neanche ti va di rispondere. Alle fettuccine riparte la carica. Ma lo hai incontrato altre volte? Al secondo piatto sei abbastanza seccata, gli dici di smetterla. Ahhhh, come te la prendi, allora non mi sbaglio. Il dessert sa di amaro, la serata rovinata del tutto. non vedi l’ora che finisca. La domenica viene vissuta in un clima di guerra fredda. Il lunedì mattina, fuori finalmente da ogni controllo, la mission è una sola. Vuole le corna? E corna siano, non con il soggetto dei suoi sospetti, ma con quello del tuo desiderio.

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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