Tempo di Latina

2013, la Città dello Shopping travestito

Latina non ha identità. Dopo il “classico latinense” ecco il secondo luogo comune (il terzo è la mancanza di cultura) che condanna senza appello una città di centoventimila abitanti. Che evidentemente meritano di stare dove stanno, visto che non si fanno venire un dubbio banale, cioè che l'identità di un luogo è data da chi ci vive.

«Eh... (sospiro) ... Latina non ha un'identità». Lo sento ripetere da decenni e da decenni non capisco cosa significhi. «Che non ci sono radici», «In fondo le hanno cambiato il nome» e scemenze simili per spiegare il nulla.


Latina, Città del Novecento

Ormai più di qualche lustri fa ebbe un certo meritato successo lo slogan “Città del Novecento”, accompagnato da foto bellissime che ci facevano scoprire quello che vedevamo tutti i giorni. Un momento magico, peccato che in tanti vollero cavalcare l'idea vincente e ci trovammo sommersi da un rigurgito di retorica sciorinata da chi non aveva né l'intuito brillante, né la sensibilità artistica di chi aveva realizzato quella campagna di comunicazione. Si inneggiò alla riscoperta delle origini, in genere basta frequentare (studiando) la scuola elementare per saperne a sufficienza.


Latina, Città dello Sport

Visto che uno slogan aveva avuto successo perché non inventarne altri? Ci siamo trovati la Città dello sport: che i giovani di Latina amassero lo sport è stato evidente negli anni ’70, basta ricordare il basket e i due palloni in centro, uno nello spazio all’aperto del Circolo cittadino che ospitava l’AB Latina e quello nell’attuale Arena Cambellotti che ospitava la Cestistica. Se non sbaglio quello dell’AB Latina fu ricavato con i soldi della vendita di un giocatore di Norma, Sergio Mancini, attuale sindaco del paese. Oggi i giocatori delle squadre cittadine ce li andiamo a comprare fuori. Quanto ad allenarsi, meglio le palestre per fare attrezzi, un paio di ore a settimana per costruire il fisico. Lo sport a livello agonistico è cosa seria e richiede tempo, meglio raccontarcelo la domenica seduti sulle gradinate del palazzetto, della piscina o dello stadio.

Latina, Città dell’Accoglienza

Dopo la Città dello sport è arrivata la Città dell’accoglienza: varcata la soglia del ventunesimo secolo ci rendiamo conto che nessuno è di Latina da sette generazioni, che nei borghi la prima lingua è il veneto, la seconda l’indiano, che se vai a guardare tra le associazioni cittadine c’è quella dei campani, quella dei giuliano dalmati, quella degli Amici della Tunisia, il Fogolar Furlan. Insomma, prima che il genio di qualcuno si desse da fare per lo slogan del momento, i cittadini si erano organizzati da soli. Quando a ottobre del 2010 un barcone di immigrati di è arenato a Capoportiere, solo qualche deficiente ha manifestato segnali di allarme del tipo “attenzione, qualche decina di clandestini gira a piede libero tra di noi”. Tutto il resto della città era curioso e pronto ad aiutare chi, disperato, era sbarcato su queste coste.

Latina 2013, Città dello Shopping travestito

Anno 2013: che città siamo? La sindrome da mancanza di identità ci porta a cercare una nuova etichetta. Abbastanza globalizzati da avere in centro H&M e Tezenis, al pari quindi delle grandi capitali, non dismettiamo il provincialismo che, negli anni prima della crisi ci faceva entrare nel negozio di abbigliamento costoso, comprare una cosa e riciclare la busta di cartone con sopra il nome del negozio in ogni occasione. La busta transitava per un paio di stagioni, almeno fino a quando il negozio non cambiava modello di busta, costringendo a un nuovo acquisto.

Oggi chi ha i soldi per permetterti certi lussi, nasconde subito la busta. La mimetizza con il bustone del supermercato low cost dove vanno tutti, senza distinzione di reddito perché «se sai scegliere...alcuni prodotti sono ottimi...». Oggi la busta con i manici di cordoncino dorato viene risposta con devozione nell'armadio, sarà utile per il cambio di stagione.

Per tutto il resto ci sono i cinesi. Che con i kebabbari ci hanno dato un tocco di internazionalità.

Arrivederci al prossimo slogan.

 

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IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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