FiloLogico, romanzo spicciolo - Cap.VI

L'amicizia è una cosa meravigliosa

Di un’amicizia finita mi è rimasto un grosso sacco di letame. Un sacco di ottimo stallatico, donatomi in tempi non sospetti, con il quale ho concimato le piante del mio terrazzo. Considerato l’epilogo dubito che sia stata una vera amicizia, comunque è stata bella finché è sembrata tale. In cucina ho ancora attaccata la foto di me con un’altra amicizia finita visto che da un giorno all’altro mi ha tolto il saluto. Sarà per pigrizia, sarà che mi piace, non ho mai tolto quella foto dalla parete. Eppure quella foto non mi ha mai provocato alcuna domanda. Invece il sacco di letame mi ha portato a riflettere sul significato del sentimento di amicizia, su cosa significa in realtà.

L’amicizia è molto più complicata dell’amore: quello lo riconosci subito. Che poi ti inganna è un’altra storia. L’amicizia invece ha bisogno di tempo, di feeling. L’amicizia spesso si salva rispetto all’amore perché il più delle volte non costringe a convivenze o a spartizioni di ruoli e responsabilità.  Con l’amico vai a cena fuori, al cinema, in vacanza. Sì, corre di notte se hai bucato una ruota, un grande gesto ma del tutto insignificante per una vita. Ecco, all’amicizia si chiede leggerezza. Anche un aiuto di tanto in tanto, ma l’esame ulteriore rischia di non reggere l’urto. Di buono c’è che le amicizie finite ti fanno male come il graffio di un gatto: fastidio iniziale, cicatrizzazione veloce.

E dopo questa premessa, eccovi una carrellata di amiche mie. Per ora vi parlerò delle amicizie più antiche: quelle recenti sono quasi tutte più giovani di me, è entusiasmante stare con loro. Ma quelle di vecchia data sono un capitolo a parte.

 

La mia amica di sempre.

Si chiama come me, Maria. Abbiamo solo qualche mese di differenza. Siamo cresciute tra i vicoli di Cori. Ricordi di infanzia? La sera davanti al camino della sua grande casa. Potevamo anche bere un dito di vino. Non abbiamo subito alcun danno permanente. Sapori d’infanzia? La panzanella con i pachino tagliati a metà, le foglie grandi di basilico e la cipolla alle nove di mattina in campagna, dove ci avevano portato alle quattro. Con Maria quel giorno ho visto la prima alba della mia vita: era agosto ma a quell’ora non faceva per niente caldo. Ci hanno avvolte in una coperta e lasciato dormire tra i filari di vite. Ci ha svegliate la luce, prima irregolare tra le nuvole ancora scure, poi sempre più forte. La carezza calda del sole correva verso di noi.

 

La mia amica dal liceo

Antonella. È un mistero come possiamo essere amiche, andare d’accordo. Conduce una vita piena di impegni professionali e sportivi, riesce a far quadrare tutto. Se decide di nuotare, nuota per quaranta minuti di seguito. Al quarantunesimo si ferma. Se decide di camminare si dà un tempo e una meta. Le rispetta. Le sue agende sono una memoria storica: annota con precisione ogni impegno. Non è molto puntuale, ma basta saperlo. Anche nella non puntualità osserva regole ben precise, è sufficiente adeguarsi. A tavola sa essere rigorosa.

Io mi muovo il minimo indispensabile, fatta eccezione per qualche lunga passeggiata. Cerco di essere puntuale ma per riuscirci devo far saltare un paio di appuntamenti ogni volta. Non riesco a fare a meno di una bella dormita, di fronte a una tavola imbandita non penso al domani.

C’è capitato di andare al cinema il sabato sera in un‘età in cui si pensa che due ragazze abbiano ben altro da fare. Per darci un tono lo abbiamo definito “sabato sera alternativo”. Una volta ci siamo andate a vedere “Il sesto senso”. Poi ognuna a casa sua. Da sole, a morirci di paura. Nessuna delle due aveva pensato ad informarsi sul genere del film. Neanche lei che è così organizzata. Aveva pensato che lo avrei fatto io, sempre così informata.

 

 

Le mie amiche dall’università

Paola e Maria Elena. Ci vediamo ancora in occasione di matrimoni e battesimi dei figli. I loro, sia i matrimoni che i figli. Abbiamo diviso le stanze del collegio delle Orsoline e poi le camere delle case romane dove mi ospitavano in occasione degli esami. Siamo state insieme a Londra. Paola era già lì. Io e Maria Elena ci stavamo imbarcando per Marrakesh, dopo che casualmente (i biglietti li avevo io) mi ero ricordata di dirle che l’appuntamento era a Ciampino (allora non così famoso come oggi) e non a Fiumicino.  

L’ultima volta ci siamo viste prima di Natale, per la precisione il 15 dicembre. Siamo andate a pranzo in un bel ristorante vicino al tribunale.  Una volta ci incontravamo di notte per andare a ballare a Testaccio. Ma va bene così. Abbiamo studiato per diventare professioniste, Paola è un avvocato, Maria Elena un architetto. Anche se quando ci ritroviamo insieme non ci sembra che le cose siano così da tanto tempo. Erano come noi gli adulti di quando eravamo studentesse?

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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