FiloLogico, romanzo spicciolo - Cap. IV

I vecchi, le donne e i giovani, questione di dignità

Compirò 46 anni il prossimo venerdì 13 maggio (2011). Una data che è tutto un programma, specie se si pensa che quel giorno a Latina sarà il fatidico giorno della chiusura della campagna elettorale. Una lotta all’ultimo voto, si candidano in migliaia, se ne eleggono qualche decina. E il voto è tremendamente democratico, nel senso che il mio vale quanto il tuo, quanto quello di Berlusconi, cioè uno. Quindi siamo tutti fratelli, sperando che nel silenzio delle urne, mentre si rimira la matita perfettamente temperata (enorme Giorgio Gaber), non ci si trovi in compagnia di molti più Caini del previsto. Bene, la sera del prossimo 13 maggio nessuno verrà alla mia festa perché saranno tutti impegnati nelle chiusure della campagne elettorali. Così rimarrò da sola di fronte a un grande torta – deve ospitare 46 candeline – aspettando che qualcuno venga a chiedermi il voto della disperazione. Quasi quasi mi carico la torta e mi faccio il giro delle feste e a ogni festa spengo le candeline e mi becco gli auguri. Se lo dico prima ci rimedio anche un sacco di regali.

 

Allora, mentre io sono di fronte a 46 candeline rosa, i candidati si raccontano agli elettori. È l’ultima sera possibile per i comizi, ognuno si promuove per quello che ha.

Il vecchio: l’esperienza, la capacità di conoscere il mondo, il fatto che godendo di una pensione e avendo già sistemato i figli non ha necessità di aggiustarsi i fatti suoi. Lavora per il bene comune.

Il giovane: l’entusiasmo, la capacità di avere uno sguardo moderno sul mondo, la voglia di farcela, la voglia di far crescere il luogo dove lui deve vivere ancora per molto.

La donna: la donna in quanto donna. In genere non si sprecano molte parole di più. Se proprio necessario si fa leva sulle ottime capacità organizzative. Punto.

A nessuno viene in mente di dire che vecchio, donna o giovane non fa la differenza, purché sia capace. «Sai, è un giovane…». Che poi l’idea del giovane va anche interpretata. Io, ad esempio, sono di certo una donna, ma mi si può definire una giovane? A quota 46 si può tranquillamente essere nonne.

 

Discorsi elettorali a parte, quand’è che qualcuno è vecchio?  

Vecchio nel senso che è ora che si faccia da parte, che si dedichi alla sua gratificazione personale, trascorrendo i giorni nella delizia di una vita che compensa ciò che ha tolto in salute e vigore con una grande disponibilità di tempo libero. Questo momento non è uguale per tutti, non come che a sei anni si deve andare a scuola. Può sopraggiungere prima o dopo, il problema vero è quando non ci si rende conto che è giunto quel momento. C’è chi a 80 anni tiene magnificamente le redini di un’azienda e chi a 60 deve andare necessariamente in pensione.  Quando è inconsapevole di se stessa, questa seconda categoria è la più pericolosa. E riguarda soprattutto gli uomini. Dai tumulti dell’adolescenza in poi il maschio è costretto a convivere con la propria autoaffermazione sessuale. Che quando certa forza lo abbandona, e stando ai resoconti erotici l’abbandono non è uguale per tutti, subentra la necessità di dimostrare che comunque gli attributi ci sono. Diffidate dai vecchi con la luce spenta negli occhi. E se vedete un guizzo nello sguardo è un guizzo di cattiveria e di rivalsa. Chi ha energia e voglia di vivere si rende indipendente dalle meschinità. Ma ad alcuni la meschinità è l’unica cosa che rimane. Purtroppo nessuno gli suggerisce di rimanersene a casa a guardare la televisione con il plaid sulle ginocchia mentre gustano la zuppetta di latte.

Le donne? Per le donne il non arrendersi all’età è una questione squisitamente estetica. Alcune si trasformano in maschere di silicone rette da un’impalcatura di rughe. Altre, più moderate, ottengono risultati apprezzabili grazie a cure meno drastiche e a un’eleganza che solo la vita può conferire. Entrambe le categorie mantengono la dignità di se stesse.

 

Dignità, parola magica.

Una delle virtù che più apprezzo negli esseri umani. A volte non basta apprezzarla, sarebbe anche il caso di metterla in pratica. Ora c’è una sfumatura sottile: la dignità è intesa come qualcosa di etereo e impalpabile. Però alle volte per affermarla bisogna essere anche un po’ grezzi. Se una single incontra un maschio e la conversazione prende la rotta delle lenzuola, tra tanta spensieratezza e gioia di vivere, arriva il momento in cui la donna fa presente che è il caso di prendere precauzioni. Ecco, incazzatevi se con aria perplessa vi viene chiesto: «Perché, non prendi la pillola?». A rischio di rovinare tutto rispondete «Ecché so ‘na mignotta?». Nulla contro chi esercita per piacere o professione un’attività intensa, ma non è che una donna perché è single deve stare sempre pronta non sia mai gli capiti qualcuno. Possono passare mesi, anche qualche anno prima di un incontro. E non è che una si deve ingurgitare ogni sera la sua brava dose di estrogeni aspettando l’evento.

IL PATTO DI MISAMBOR

     IL PATTO DI MISAMBOR

Pianeta Terra, anno 12065. Dopo millenni di battaglie tra tecnologici, ambientalisti e religiosi viene firmato il Patto di Misambor grazie al quale l’uomo dovrebbe vivere felice e in pace per l’eternità. Infatti per i primi secoli le cose vanno esattamente così. Ma “eternità” è parola grossa da digerire: per questo motivo nel Patto di Misambor vengono inserite due clausole: la prima, richiesta dagli ambientalisti, esige che comunque sia previsto un ciclo nascita-crescita-maturità-vecchiaia. La seconda, richiesta dai religiosi e ben più complessa, sancisce la possibilità della morte. Qualunque essere umano muore nel momento in cui sulla terra nessuno gli vuole più bene.

Non c’è neanche uno straccio di astronave in questo romanzo ambientato tra diecimila anni, né si va a passeggio tra le stelle e tantomeno tra le scimmie. In fondo l’umanità riesce sempre a superare se stessa.

 

Autore: Maria Corsetti

Titolo: Il Patto di Misambor

Editore: Falco Editore

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 112

Prezzo: 10 euro

Copertina di Lorenzo Moriconi

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